Nel 2002 arrivai a Firenze per incontrare Stefano Fiuzzi, l’uomo e il musicista che in seguito avrei deciso di sposare. Nella città dei Medici ero stata soltanto una volta, quando studiavo a Siena. In quell’occasione avrei voluto visitare il Duomo, ma l’amica violinista che era con me vestiva dei pantaloncini corti e perciò non ci fecero entrare. L’ho visitato poi finalmente nel 2016 quando sono stata invitata a tenere un concerto in quel luogo meraviglioso!

Ma torniamo al mio sbarco a Firenze e all’appuntamento tanto desiderato.
Avevo avuto modo in Austria, a Salisburgo, di ascoltare il Maestro Fiuzzi e apprezzarne la sapienza pianistica, ma sapevo ancora poco della sua attività quale direttore artistico dell’Accademia Bartolomeo Cristofori (ABC).

La prima cosa che fece lui dopo avermi affettuosamente accolta in città, fu quella di portarmi nella bella sede dell’Accademia, nel quartiere di San Frediano. Rimasi allibita. Appena entrata nell’anticamera della sala da concerto vidi la collezione di strumenti eleganti e preziosi.
Ebbi un attacco di bulimia musicale, avevo voglia di suonarli tutti insieme e ancora non sapevo neppure cosa rappresentassero veramente. Ciò che mi faceva battere il cuore erano tutti i fortepiano della collezione, tutti originali e perfettamente restaurati ma soprattutto in grado di produrre infiniti modi di fare musica!

Fino a quel momento credevo che i pianoforti si dividessero in due categorie, i verticali e quelli a coda e in un istante, di fronte a tanti esemplari diversi, mi resi conto della mia immensa ignoranza. Come mai non avevo mai pensato alla natura e alla storia dello strumento che tanto amavo? Come potevo credere che il pianoforte nel tempo fosse sempre stato così come l’avevo incontrato da bambina?

Decisi immediatamenteche avrei fatto di tutto per colmare quella lacuna e ora, dopo tanto lavoro, so di esserci riuscita molto bene.

Il Fortepiano mi ha insegnato ad essere ancora più fedele alle partiture, che sono come lettere d’amore del compositore a chi le legge e poi le suona. Grazie al Fortepiano ho scoperto suoni perduti, ho trovato le chiavi per capire i sentimenti controversi di Mozart e le vibrazioni e i desideri di Schubert. Ho capito che ogni strumento, anche se uscito dalle mani di uno stesso artigiano, poteva avere caratteristiche differenti e originali. Ho capito perché ogni grande compositore privilegiava un costruttore rispetto ad un altro: perché Haydn adorasse gli Shantz, perché gli Stein e i Walter fossero i preferiti da Mozart, perché i Graf godessero dei favori di Beethoven e Schubert, perché Chopin suonasse sui Pleyel e Liszt sugli Erard. Perché così come era diversa la personalità dei musicisti, era diversa quella dei fortepiani che usavano.

Oggi penso che chi non vive direttamente l’esperienza di suonare e ascoltare il fortepiano non può capire veramente cosa questo significhi. E trovo che sia davvero una cosa bellissima il fatto che sia ancora possibile, nel nostro tempo, apprezzare le stesse sonorità che si ascoltavano oltre 200 anni fa.

Da un punto di vista personale posso dire che, grazie al Fortepiano, ho ulteriormente perfezionato il mio tocco e la capacità di ascoltarmi; inoltre col passare del tempo mi sono sempre più convinta che non esiste nessun dualismo tra fortepiano e pianoforte. Penso invece che, come è giusto difendere la diversità biologica in natura perché ogni organismo ha un ruolo nell’ecosistema, così si debbano mantenere in vita e in funzione strumenti sui quali è stata edificata la storia della musica.

Tra questi due “parenti“ così eguali eppure così diversi io mi sento, e sono orgogliosa di esserlo, un ponte.