IL VENERDÌ DI REPUBBLICA
INTERVISTA | 20 novembre 2009
Cinese, 31 anni, è una delle musiciste più dotate del momento. Eppure ha imparato a suonare sul tavolo della cucina di casa. Perché allora la sua passione era bandita, una deviazione occidentale.

di Olga D’Ali

L’involtino primavera esiste. Ma ha poco a che vedere con quello offerto dai ristoranti, creato per il consumatore occidentale. Questi sono piccoli, dorati, croccanti, fatti sul momento da mani talentuose. Che di solito, però, si applicano a qualcosa di molto diverso. Jin Ju, Master al conservatorio di Pechino, premiata al concorso Ciaikovskij di Mosca e invitata a suonare alla Konzerthaus di Vienna, alla Bridgewater Hall di Manchester, al Palais des Beaux Arts di Bruxelles, è fra le giovani pianiste più apprezzate del momento. Un passato di bambina prodigio nel suo Paese, la Cina, un presente di artista internazionale con base tra le colline fiorentine. Lontana dallo stereotipo della musicista classica, è solare, ride spesso, non ha né segretarie né assistenti. La sua è una storia particolare, già a partire dall’anno di nascita, il 1976, lo stesso della morte di Mao Zedong, per continuare col gravissimo incidente in cui ha rischiato di perdere l’uso d’un braccio. Per fortuna la sua fa- miglia, padre musicologo, mamma appassionata d’opera, l’ha spinta a non rinunciare a questa passione, al talento. Lei iniziò a suonare il piano a 4 anni: ha imparato osservando suo padre? “Purtroppo no, papà mi ha insegnato a leggere la musica, ma in quegli anni in Cina era impossibile permettersi un pianoforte in casa. In quanto strumento “occidentale”, quindi all’indice, nel Paese ne erano rimasti pochissimi. La maggior parte era stata distrutta, i pochi scampati avevano un prezzo proibitivo. Eravamo decisamente poveri ed era già difficile riuscire a risparmiare qualcosa per andare a lezione una volta la settimana. Mi ricordo che si partiva in bicicletta, si pedalava per un’ora e magari, una volta arrivati a destinazione, ci sentivamo dire che il pianoforte quel giorno non era disponibile. Forse è per questo che poi, quando finalmente riuscivo a impossessarmi della tastiera, suonavo per ore, smettendo solo quando venivano a fermarmi. Non sapevo se e quando ci sarebbe stata una prossima volta, quindi cercavo di dare il massimo. Però a casa mi avevano disegnato la tastiera sul tavolo, quindi potevo comunque studiare ogni giorno. So che può sembrare un quadro un po’ triste, ma io la vedo come una benedizione, perché sono riuscita a sviluppare una determinazione molto forte”. La Radio Internazionale Cinese iniziò subito a trasmettere i suoi concerti… “Questa è una storia divertente: quando avevo nove anni, la mia famiglia è riuscita a comprare un piano, ed è stato un vero avvenimento. La voce si è sparsa e dopo 2 mesi si sono presentati a casa dei signori della radio, e, con un semplice registratore, hanno inciso il concerto. Non oso pensare alla qualità del suono. Comunque è stata una grande opportunità: da quel momento per me studiare è diventato più accessibile: mi invitavano ai concorsi, suonavo in giro”. Quando ha capito di avere un talento fuori dal comune? “Non so, più che altro ho avuto una specie di illuminazione. A 16 anni mi è capitata un’opportunità che non potevo rifiutare: sostituire una pianista tedesca in un grande concerto che si sarebbe tenuto nel Tempio del Cielo a Pechino, davanti ad ambasciatori e alti funzionari del governo. Per la prima volta aprivano quel luogo magico a una manifestazione musicale. C’era un unico problema: avevo solo 15 giorni per preparare il Quinto Concerto di Beethoven. Mia madre non m’ha dato tregua, dopo una settimana ero riuscita a memorizzarlo e il decimo giorno potevo già provarlo con l’orchestra. La fatidica sera ero ovviamente agitata, tutto era così solenne, a partire dal luogo. Poi, all’inizio del secondo movimento, ho alzato lo sguardo, mi son davvero resa conto di dove fossi, e ho pensato: “Dio deve esistere per forza”. Per una ragazza cinese questa era, è un’idea piuttosto rivoluzionaria. Insomma, quella sera ho percepito Dio attraverso la musica. Non so se questo può essere qualcosa che ha a che fare con il rendersi conto di avere talento”. A quel punto divenne un’artista affermata, iniziò a viaggiare, uscire dalla Cina. Che impressione le ha fatto? “Artista affermata no, però effettivamente il governo del mio Paese ha iniziato a sostenermi, iscrivendomi anche a concorsi esteri. La cosa buffa è che la prima volta che sono uscita dalla Cina è stato per andare in Romania, e la situazione, lì, allora, era di estrema tristezza. Il vero shock culturale l’ho avuto più tardi, quando sono andata a Parigi, dove ho fatto il pieno di musei e mostre. Nel frattempo però sono stata investita da un’auto che mi ha rotto il braccio sinistro. I medici erano categorici: impossibile tornare a suonare. Tutti cercavano di distrarmi con l’idea che comunque avrei sempre potuto fare la compositrice. Ma io volevo suonare. Tornata a casa dall’ospedale, con la mano libera ho suonato l’accordo di Do maggiore, e lì ho avuto una seconda “visione”: ho capito cosa significavano davvero per me la musica e il pianoforte. Più tardi, mi sono resa conto che senza quell’incidente non avrei raggiunto la consapevolezza che ho adesso. Per me oggi niente è scontato: ho questo talento, ma a ogni concerto penso sempre che potrebbe essere l’ultimo, per questo tiro fuori tutto quello che posso. Comunque, tornando all’incidente, neanche la mamma si era arresa alla mia fine come pianista, e, non ho mai scoperto come, è riuscita a trovare un guaritore che ancora conosceva vecchi rimedi tradizionali. Il mio braccio è tornato sano grazie a due misteriosi unguenti neri e puzzolenti che contenevano anche parti di cavallette secche”. Invece com’è capitata in Italia, perché alla fine ha deciso di stabilirsi a vivere proprio qui, così lontano dalla Cina? “Sono arrivata a Siena nel 1999, per uno scambio culturale di un mese. Finalmente partivo non solo per suonare, ma anche per studiare. Ho pensato subito che questo era un posto dove mi sarebbe piaciuto vivere. Il resto è arrivato per caso: ho conosciuto mio marito durante un concerto a Salisburgo. Anche lui è musicista ed è italiano. Anzi toscano, fiorentino per la precisione. E dov’è nato il pianoforte? Esatto: a Firenze. Il cerchio si chiudeva alla perfezione. Una cosa però ancora ci sarebbe: vorrei imparare a guidare l’auto”.

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